Garibaldi e la mensa essenziale

Garibaldi e la mensa essenziale

Giuseppe Garibaldi di carattere irrequieto e avventuriero, già da giovanissimo s’imbarcò come marinaio. Appena venticinquenne fu capitano di un mercantile, e durante uno dei suoi viaggi conobbe il gruppo di esuli liguri che lo iniziarono alle idee della “Giovine Italia”. Avvicinatosi ai movimenti patriottici europei ed italiani, abbracciò gli ideali di libertà ed indipendenza cari a Mazzini.

Garibaldi a ventisette anni scappò esule in America Latina, combattendo per l’indipendenza di Brasile e Uruguay. Trentacinquenne sposò la compagnia Anita a Montevideo, formando poco dopo con altri esuli, quella “Legione Italiana” che vestirà per la prima volta la leggendaria camicia rossa.

L’eroe dei due Mondi aveva abitudini alimentari semplici ed essenziali. Sopra alla sua mensa spiccavano rustiche zuppe di verdure e legumi, stoccafisso, salame, formaggio, fichi secchi, anche se non disdegnava preparazioni come le “trenette al pesto”.

Le gallette da marinaio con uva passa sembra che fossero il dessert preferito dal generale, e i “Biscotti Garibaldi”, squisite gallette con uva passa ancora oggi in vendita nei grandi negozi inglesi, sarebbero ispirati a questa sua golosità.

Il pesce cotto appena pescato, condito con il solo sapore del mare era una costante della sua tavola. Egli amava mangiarlo anche crudo, come sappiamo da un ricordo di Clelia che descrive il padre a Caprera intento a gustare scampi, ancora gocciolanti d’acqua salata, su un pezzo di giornale come tovaglia. Quelli furono anche gli anni nei quali, dopo i trionfi della spedizione dei Mille, Garibaldi si dedicò all’agricoltura e all’apicoltura, definita da lui stesso “occupazione prediletta”, in una lettera indirizzata al Presidente della Società Italiana di Apicoltura.

Stando alle numerose testimonianze scritte successive al 1860 egli considerava se stesso non solo un uomo d’armi ma anche un qualificato agricoltore. Proviene dal diario della figlia Clelia la bella immagine che ritrae il famoso condottiero in questa veste:
“M’era tanto caro aiutare Papà in qualche lavoretto. Ero io, per esempio, che, nella stagione invernale, portavo il miele alle api. D’inverno, senza fiori, nelle arnie si fa la fame. Io entravo con due piattini, uno per mano, ripieni del dolce nettare e li posavo vicino alle arnie, non senza un vago senso di paura per le tante api che mi svolazzavano intorno”.

Alcuni cronisti ritengono che la “spedizione dei Mille” di Garibaldi abbia contribuito non solo alla realizzazione dell’unità d’Italia, ma anche alla diffusione della pasta in tutta la penisola.
Massimo Montanari, autore del “Convivio oggi: storia e cultura dei piaceri della tavola nell’età contemporanea”, a proposito di Garibaldi riporta questa cronaca.

Nella pubblicazione “Il ventre di Mi­lano” del 1888, opera collettiva che avrebbe dovuto illu­strare la vera fisiologia della capitale morale d’Italia si legga la cronaca di un pranzo allestito a Pavia, in tutta fretta e con qualche problema organizzativo, per la venuta di Garibaldi.
Correva il 1861. Era il tempo degli entusia­smi per Garibaldi. Non fa d’uopo di spiegare il perché.
I pavesi un giorno vengono a sapere che il grand’uomo doveva venir nella loro città a trovare la madre di Cairoli, e organizzano il banchetto. Chi fosse curioso di leggere la re­lazione, dirò così, ufficiale di quel pranzo, non ha che a con­sultare i giornali di quell’epoca grande e gloriosa. […] A tavola erano quattrocento. Sedevano nella grande sala a primo piano dell’albergo dei Tre Re di proprietà del signor Pietro Galli.
Nel menu… ci dovevano essere tra gli altri piatti del branzino in bianco e delle pernici in salmì. Il signor Galli sulle prime si grattò in capo. Dove si pigliano lì per lì dei branzini e delle pernici per quattrocento garibal­dini, giovani pieni di valore ma anche di appetito? Eppure non si poteva far a meno.
C’era in quel tempo a Pavia il signor Federico Carini, uno de’ più strenui camerieri di albergo e di restaurant ch’io conosca. Egli è capace di servire quaranta persone, disperse in molti tavoli, da solo. Tant’è vero ch’egli è unico nel re­staurant della Porta Lunga in piazza Santo Stefano, frequen­tatissimo specialmente nelle domeniche, e nessuno si lamen­tò mai d’essere stato lasciato in dimenticanza. Egli è il Pico della Mirandola dei camerieri. Con lui stava anche un certo Baldi, che ora fa il mediatore. Carini fu chiamato dal Galli, il quale gli confidò d’aver preparati sessanta piccioni e venti fra trote e lucci, che dovevano passare per pernici e per bran­zini. Mancargli soltanto ventisei teste e ventisei code di vere pernici per la presentazione in tavola. Carini a queste finzio­ni non era nuovo certamente. Pure pensando che il trucco si doveva farlo a Garibaldi, sulla prima reagì. Ma necessità non ha legge. Il tempo stringeva. Per quattrocento persone ci volevano almeno sessanta pernici. E si sa bene che non si trovano sempre lì covate e a giusto punto sessanta pernici. Di teste e di code perniciose invece v’ha sempre buona scorta ne­gli alberghi. Vada dunque pei piccioni. Tanto e tanto il salmì saprà far miracolo. Si è cuochi o non si è cuochi?
Garibaldi del resto non ne toccò. Egli mangiò due fettine di prosciutto, un’aringa, e un po’ di luccio-branzino. Rifiutò tutto il resto. Il pranzo costò ai sottoscrittori ottocento lire.

Sorgente: Garibaldi e la mensa essenziale

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