Come la Blockchain potrebbe cambiare l’industria della musica

Come la Blockchain potrebbe cambiare l’industria della musica

Dai Bitcoin ai dischi. La tecnologia che permette le transazioni della moneta virtuale può consentire un maggiore controllo da parte dei musicisti sulla distribuzione delle loro opere, un rapporto diretto con i fan e anche la protezione contro la pirateria

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Di MARCO TONELLI

«I musicisti sono imprenditori, siamo partner essenziali delle etichette e dovremo essere trattati in quel modo». Nell’articolo Open The music industry’s black box , sul New York Times, il musicista e scrittore David Byrne lo diceva forte e chiaro. L’artista è l’anello debole della catena, soprattutto nel panorama attuale: dominato da servizi streaming come Spotify o Apple Music. Di recente, anche Anohni si è scagliata contro l’industria dello streaming: «I musicisti sono stati privati dell’abilità di vendere musica», ha dichiarato a NME.

Ai detentori dei diritti (nella maggior parte dei casi le etichette discografiche) va circa il 70% delle entrate derivanti dagli abbonamenti. Di questi soldi, l’artista riesce a ottenere circa il 15%.«Un servizio streaming mi paga circa 0,0035 centesimi di dollaro ogni volta che un mio brano viene ascoltato, se arriva a un milione di ascolti riesco a ottenere 35 dollari», afferma Eddie Schwartz, il responsabile dell’associazione dei cantautori canadesi. Altro problema è la mancanza di trasparenza: «Abbiamo bisogno di sapere come vengono ripartiti i guadagni sulle nostre canzoni», scriveva Byrne nell’articolo.

In un panorama di questo tipo, entra in gioco l’innovazione tecnologica. La Blockchain è il registro transnazionale in cui vengono annotate le transazioni della moneta virtuale Bitcoin. Un database condiviso all’interno di una rete distribuita di computer, in cui ogni nodo svolge la funzione di verifica e approvazione delle informazioni trasmesse. Tutti i passaggi (resi inalterabili da blocchi crittografici) devono essere approvati dalla maggioranza dei partecipanti, rendendo inutile la presenza di terze parti per validare le operazioni.

Se utilizzata nel mondo dell’industria musicale, la Blockchain potrebbe permettere all’artista di controllare la distribuzione della propria opera e il pagamento dei diritti. Senza dimenticare il rapporto diretto con gli ascoltatori e i fan (i blocchi della catena) e la protezione dell’integrità di un disco o di una canzone, i quali non possono essere scaricati o modificati illegalmente.

MAGGIORE TRASPARENZA E CONTROLLO SUI GUADAGNI

Start up come, Pledge Music, Peertracks e Ujomusic da tempo stanno lavorando a piattaforme di distribuzione fondate sulla tecnologia della Blockchain. L’artista carica il disco, gli ascoltatori possono ascoltarlo o comprarlo e i cosiddetti contratti intelligenti ( linee di codice che applicano in automatico le clausole dello stesso) fanno in modo che il musicista venga pagato ad ogni ascolto o acquisto della propria opera. Passaggi che avvengono sotto gli occhi di tutti e senza la presenza di terze parti come etichette discografiche, piattaforme distributive e sistemi di pagamento online. Secondo Peertrack, in questo modo «gli artisti possono ottenere almeno il 90% dei ricavi totali». In particolare, i creatori di Ujo (realizzata in collaborazione con la musicista inglese Imogen Heap) hanno messo in piedi una struttura open source fondata su un database in cui vengono registrati i diritti, i proprietari e i pagamenti automatici degli stessi

Fonte: La Stampa

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