La fantasia visionaria di Philip K. Dick

“Ascissa 45 destra. Stop. Panoramica a destra e muovi indietro”

di Paolo Fiorino
Chi non ricorda la celeberrima sequenza di Blade Runner nella quale il cacciatore di replicanti Deckard utilizza Esper, una macchina a controllo vocale, per “navigare” in una foto ad altissima risoluzione, cambiando punto di vista e scoprendo parti nascoste dell’immagine fino a esporre un dettaglio invisibile e all’apparenza insignificante che lo porta a svelare l’identità delle replicante Zhora?
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 Non si tratta solo di una semplice elaborazione di un’immagine perché cambiando il punto di vista Deckard scopre dettagli non visibili nell’immagine originale. Di fatto questa scena anticipava lo sviluppo, allora ancora futuribile ma a quanto pare già ben radicato nella fantasia visionaria di Philip K. Dick, della realtà virtuale e del moderno 3D.
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“Certo”, direte voi, “ma quello è un film! Nella realtà una cosa del genere non è possibile!”
Ebbene, mai come in questi tempi  pare che la fantasia abbia il fiato corto: per quanto corra veloce, la realtà alla fine la raggiunge sempre.
Partiamo da una constatazione semplice:  le tecnologie informatiche al giorno d’oggi permeano praticamente ogni istante della nostra vita. Potevano l’investigazione e  l’analisi forense far eccezione a questa regola (quasi) universale?
Evidentemente no, e infatti la scienza forense ormai da anni fa larghissimo uso di tecnologie informatiche per i più svariati usi: per esempio per esaminare la traiettoria di un proiettile oppure per analizzare meglio un incidente automobilistico.
Nel corso degli anni sono state sviluppate decine di software che permettono di ricostruire in 3d ed esplorare l’ambiente in cui ha avuto luogo un crimine con l’indubbio vantaggio di poterlo ispezionare a piacimento senza il rischio di inquinare le prove.
E’ di questi giorni la notizia che l’Università di Zurigo ha sviluppato una sorta di holodeck, anche se il termine appare forse un po’ pretenzioso,  per ricostruire una scena del crimine. Utilizzando uno strumento come “Oculus rift”, i famosi (e comodissimi per la verità!) occhialoni per la realtà virtuale, gli sviluppatori hanno reso  possibile muoversi all’interno di un ambiente virtuale nel quale l’investigatore di turno  potrà cercare di comprendere meglio la dinamica di un crimine.
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I video dimostrativi che si trovano in rete mostrano, a dire il vero, delle ricostruzioni ancora un po’ grezze, apparentemente con pochi dettagli. L’impressione è che l’applicazione sia al momento poco più di un prototipo dimostrativo,  piuttosto lontano dalla qualità e dalla risoluzione che anni di cinema ci hanno abituato a immaginare
Ma in questo caso ciò che conta davvero è l’idea. Mai come in questi anni abbiamo assistito alla nascita improvvisa e all’altrettanto rapida scomparsa di innumerevoli tecnologie fini a se stesse (tastiere olografiche, televisori curvi e amenità simili) che fanno sorgere il dubbio che il motto degli studi tecnici sia “Abbiamo la soluzione, stiamo cercando il problema”.
Per una volta invece pare che si sia partiti dalla necessità per applicarvi una tecnologia esistente in modo, speriamo,  utile.
Cosa ne penserebbe Sherlock Holmes? Il suo motto: “Non c’è nulla che valga indizi di prima mano” sta lasciando il posto a una nuova metodologia di indagine o siamo di fronte all’ennesima tecnologia destinata a un inglorioso oblio?
 Non ci vorrà molto per capirlo, potete starne certi.

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